​Il rischio di burnout nei sanitari: dalle origini nelle professioni d'aiuto alla crisi di medici e infermieri

​Il termine burnout è ormai entrato nel linguaggio comune per descrivere una condizione di esaurimento legata al contesto professionale, ma la sua storia affonda le radici in un ambito ben preciso. La nascita della parola burnout risale agli anni Settanta, quando lo psicologo Herbert Freudenberger e successivamente la ricercatrice Christina Maslach lo utilizzarono per descrivere il peculiare stato di logorio psicofisico ed emotivo riscontrato quasi esclusivamente nelle cosiddette helping professions, ovvero le professioni d'aiuto. Questo concetto nacque proprio per identificare il progressivo "bruciarsi" delle risorse interiori in tutti quei lavoratori, come i sanitari, quotidianamente esposti alla sofferenza altrui, al dolore e a un carico relazionale ed empatico straordinariamente elevato. Nata per definire il disagio di chi si prende cura degli altri, questa sindrome trova ancora oggi nei medici, negli infermieri e negli operatori socio-sanitari le sue vittime principali, configurandosi come uno dei più severi rischi psicosociali legati al mondo del lavoro contemporaneo.

​I sanitari affrontano ogni giorno un contesto organizzativo caratterizzato da ritmi intensi, turni notturni, decisioni critiche da prendere in pochi secondi e una cronica carenza di personale che amplifica il carico di lavoro. Il rischio di burnout per medici e infermieri non è una debolezza individuale, bensì una risposta a uno squilibrio prolungato tra le pressanti richieste dell'ambiente ospedaliero e le risorse effettivamente a disposizione. Questa condizione si manifesta attraverso tre dimensioni specifiche: l'esaurimento emotivo, ovvero la sensazione di aver svuotato completamente le proprie energie; la depersonalizzazione, che si traduce in un atteggiamento di distacco, cinismo o freddezza difensiva nei confronti dei pazienti; e infine il crollo della realizzazione professionale, con un profondo senso di inadeguatezza e frustrazione. Riconoscere questi sintomi psicofisici è fondamentale, poiché il logorio non curato ha un impatto diretto non solo sulla salute del professionista, ma anche sulla qualità delle cure prestate e sul benessere dell'intera struttura sanitaria.

​Promuovere il benessere organizzativo e prevenzione dello stress lavoro-correlato all'interno dei contesti di cura è una priorità non più rimandabile per tutelare chi, per missione professionale, tutela la salute pubblica. Se ti riconosci in questi segnali o senti che il peso della quotidianità in reparto sta superando la tua capacità di resistenza, è essenziale concedersi uno spazio protetto in cui elaborare il carico emotivo ed evitare l'isolamento. Presso il mio studio professionale offro percorsi di supporto mirati alla gestione delle dinamiche occupazionali complesse e al superamento del burnout. Svolgo la mia attività come Psicologa del lavoro a Torino in presenza e offro consulenze personalizzate online, fornendo strumenti concreti per ristabilire confini sani tra la dedizione al lavoro e la salvaguardia del proprio benessere psicofisico: contattami per ricevere maggiori informazioni.


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