Smart working e malattia: quando lavorare da casa rende difficile fermarsi

Il computer è sul tavolo della cucina, il letto è a pochi passi e la riunione delle 10.00 è sempre lì, puntuale. In teoria oggi sarebbe una giornata di riposo, ma basta accendere il portatile per trasformarla rapidamente in una giornata di lavoro.

Lo smart working ha cambiato il modo in cui molte persone organizzano la propria attività professionale. Lavorare da casa può significare meno spostamenti, maggiore autonomia e, in alcune situazioni, una gestione più flessibile del tempo. Ma proprio questa flessibilità può rendere meno evidente il confine tra il momento in cui lavoriamo e quello in cui dovremmo fermarci.

Il tema diventa particolarmente interessante quando parliamo di malattia. Perché se stiamo male e possiamo comunque collegarci al computer, cosa succede? La possibilità concreta di lavorare da casa rischia di trasformarsi, almeno in alcuni casi, nell'idea che sia sempre possibile continuare a lavorare.

Ma smart working e malattia non sono la stessa cosa.

Essere a casa non significa necessariamente essere in condizioni di lavorare. Possiamo essere fisicamente lontani dall'ufficio e continuare comunque a svolgere riunioni, rispondere alle e-mail, rispettare scadenze e mantenere la nostra disponibilità professionale.

Il problema, quindi, non è lo smart working in sé. È ciò che accade quando la possibilità di lavorare da casa elimina anche la possibilità di fermarsi.

L'INAIL ha evidenziato, tra gli aspetti da considerare nel lavoro agile, anche le difficoltà legate alla separazione tra vita lavorativa e vita personale, alla connessione continua e alla necessità di garantire tempi di disconnessione.

Questo ci permette di osservare lo smart working da una prospettiva diversa. Non soltanto come una modalità organizzativa più flessibile, ma anche come una modalità che richiede di costruire nuovi confini. Quando il luogo di lavoro coincide con casa, infatti, il confine non è più rappresentato da una porta che chiudiamo uscendo dall'ufficio. Deve essere costruito attraverso tempi, abitudini e regole.

E quando stiamo male questo confine può diventare ancora più importante.

Immaginiamo una persona che si sveglia con una forte emicrania. Se dovesse andare in ufficio, probabilmente valuterebbe se fosse nelle condizioni di farlo. Ma se lavora da casa potrebbe pensare: “Posso comunque collegarmi”. Così accende il computer, partecipa alla prima riunione e magari continua per tutta la giornata.

La distanza fisica dall'ufficio ha eliminato lo spostamento, ma non necessariamente il carico di lavoro.

Anche il concetto di benessere lavorativo passa da qui: dalla possibilità di riconoscere quando il lavoro sta occupando uno spazio che dovrebbe essere destinato al recupero.

Non significa trasformare ogni piccolo malessere in una situazione grave. E non significa nemmeno sostenere che chi lavora da casa debba interrompere l'attività al primo segnale di stanchezza. Significa piuttosto distinguere la flessibilità dalla disponibilità continua.

Una persona può essere molto motivata e avere comunque bisogno di fermarsi.

Può essere responsabile e avere comunque bisogno di riposare.

Può amare il proprio lavoro e avere comunque bisogno di non lavorare per qualche giorno.

Queste cose non sono in contraddizione.

Il problema può diventare più evidente quando la cultura organizzativa premia implicitamente chi è sempre disponibile. In alcuni contesti, essere presenti anche quando si sta male può essere interpretato come una dimostrazione di affidabilità o dedizione. Ma se questa modalità diventa sistematica, il rischio è che il confine tra responsabilità e autosfruttamento diventi sempre più sottile.

La psicologia del lavoro si occupa anche di questi aspetti, perché lo stress non dipende esclusivamente dalle caratteristiche individuali. L'INAIL considera tra i fattori dello stress lavoro-correlato elementi come carichi di lavoro, orari, ruolo, autonomia, organizzazione e relazioni professionali.

Nel 2025 l'INAIL ha inoltre aggiornato la metodologia per la valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato, includendo strumenti dedicati anche al lavoro da remoto e alle trasformazioni legate alla tecnologia.

Questo ci ricorda che lavorare da casa non elimina automaticamente le difficoltà legate al lavoro. Semplicemente, può modificarne la forma.

Possiamo avere più autonomia ma anche più difficoltà a staccare. Possiamo avere meno spostamenti ma più connessione. Possiamo avere maggiore libertà nell'organizzazione della giornata ma anche la sensazione che il lavoro possa essere inserito in qualsiasi momento.

E possiamo arrivare a pensare che, visto che siamo già a casa, tanto vale lavorare.

Una domanda può essere utile: se oggi dovessi andare fisicamente in ufficio, sarei comunque nelle condizioni di lavorare?

Non è una regola assoluta, ma può aiutare a capire se stiamo utilizzando lo smart working come una modalità organizzativa oppure come un modo per evitare di fermarci.

Questo vale anche per chi lavora in autonomia. Una psicologa online, per esempio, può tecnicamente svolgere molte attività da casa anche quando non è in perfetta forma: rispondere alle e-mail, organizzare gli appuntamenti, preparare materiali o svolgere colloqui psicologici online. Ma la possibilità tecnica di lavorare non significa necessariamente che sia sempre opportuno farlo.

A volte abbiamo bisogno di fermarci proprio perché lavoriamo.

E imparare a fermarsi non significa essere meno professionali.

Per chi sente che il lavoro sta occupando anche gli spazi destinati al recupero, un colloquio psicologico online può essere uno spazio nel quale osservare queste dinamiche e comprendere meglio il proprio rapporto con il lavoro.

Anche per chi cerca una psicologa del lavoro a Torino, riflettere sul confine tra lavoro e vita personale può essere utile quando la difficoltà riguarda il proprio ruolo professionale, l'organizzazione del lavoro, lo stress o la difficoltà a disconnettersi.

Lo smart working può essere uno strumento di flessibilità.

Non dovrebbe diventare la ragione per cui sentiamo di dover lavorare anche quando avremmo bisogno di riposare.

Perché lavorare da casa significa cambiare il luogo in cui lavoriamo.

Non significa eliminare il diritto di fermarsi.

Dott.ssa Giulia Bordon

Psicologa del Lavoro e delle Organizzazioni. Supporto le persone attraverso colloqui psicologici individuali di orientamento e benessere lavorativo, e collaboro con aziende e organizzazioni per promuovere culture del lavoro sane, valorizzazione delle risorse e benessere organizzativo.

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